L’8 settembre si è aperta a New York l’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Dal 22 settembre, capi di Stato e di Governo tornano a riunirsi per il dibattito generale, quest’anno sotto un titolo che è già una dichiarazione d’intenti: “Restoring Trust, Managing Transformation: A United Nations That Delivers for All”.
Ripristinare la fiducia. Governare il cambiamento. Costruire Nazioni Unite capaci di produrre risultati per tutti. Ma per tutti, davvero?
Un sistema nato dalle macerie della guerra
Le Nazioni Unite nascono nel 1945, alla fine della Seconda guerra mondiale, con una promessa enorme: evitare che una tragedia di quelle proporzioni potesse ripetersi e costruire un sistema internazionale fondato sulla cooperazione tra gli Stati.
Questo sistema si costruisce attorno a due principi che ancora oggi convivono, non senza contraddizioni: l’uguaglianza tra gli Stati e i rapporti di forza tra le grandi potenze. Questa contraddizione si vede bene osservando i due principali organi politici dell’ONU.
Da una parte c’è l’Assemblea Generale, l’organo più rappresentativo dell’ONU che oggi riunisce 193 Stati membri secondo il principio un Paese, un voto. Formalmente, il voto degli Stati Uniti vale quanto quello del Kenya, quello della Cina quanto quello dello Yemen o della Colombia. Nella pratica però il voto dell’assemblea non è coercitivo ma ha valore solo di raccomandazione.
Dall’altra c’è il Consiglio di Sicurezza, a cui è affidata la responsabilità principale per la pace e la sicurezza internazionale e che, a differenza dell’Assemblea Generale, può adottare decisioni vincolanti, imporre sanzioni e, in determinate circostanze, autorizzare l’uso della forza.
È composto da 15 Paesi, ma non tutti hanno lo stesso ruolo. Dieci membri cambiano periodicamente: vengono eletti dall’Assemblea Generale per restare nel Consiglio per due anni. Gli altri cinque membri, invece, sono permanenti: Cina, Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Russia.
Non è una composizione casuale, il sistema, infatti, riflette i rapporti di forza usciti dalla Seconda guerra mondiale: ai principali vincitori del conflitto venne garantita una posizione privilegiata per assicurare la loro partecipazione al nuovo ordine internazionale, ovvero il diritto di veto.
Ma cosa significa concretamente? Per approvare una decisione importante del Consiglio servono almeno 9 voti favorevoli su 15. Tuttavia, se uno dei cinque membri permanenti vota contro, la decisione viene bloccata. Per esempio: una risoluzione potrebbe avere 14 Paesi favorevoli e uno solo contrario, ma se quel voto contrario arriva da uno dei cinque membri permanenti, la risoluzione non passa.
È questo il veto: il potere riconosciuto a cinque Stati di impedire, con il proprio voto contrario, che il Consiglio prenda una determinata decisione.

Tutti uguali, ma solo sulla carta.
La questione del diritto di veto non è una questione teorica. Il veto può determinare concretamente ciò che il Consiglio di Sicurezza riesce – o non riesce – a fare durante una guerra.
In Siria, per esempio, Russia e Cina hanno utilizzato più volte il veto su risoluzioni relative al conflitto. Nel 2023 il veto russo bloccò una proposta per rinnovare per nove mesi il meccanismo che permetteva di portare aiuti umanitari attraverso il confine turco nel nord-ovest della Siria, nonostante 13 voti favorevoli.Lo stesso meccanismo è emerso nel conflitto Israele-Palestina. Nel novembre 2024, una risoluzione che chiedeva un cessate il fuoco immediato a Gaza ottenne 14 voti favorevoli su 15. L’unico voto contrario fu quello degli Stati Uniti, ma fu sufficiente a impedire l’approvazione della risoluzione.Sono crisi profondamente diverse tra loro, ma permettono di vedere il problema nella pratica: anche quando quasi tutto il Consiglio è d’accordo, un solo membro permanente può impedire che venga adottata una decisione.
Questa concentrazione di potere diventa ancora più evidente se guardiamo a chi non era rappresentato nel mondo in cui il sistema venne costruito. Nel 1945, gran parte del continente africano non era composto da Stati indipendenti e il processo di decolonizzazione che avrebbe trasformato radicalmente le Nazioni Unite doveva ancora iniziare. Anche l’America Latina e i Caraibi, pur contando numerosi Stati indipendenti e fondatori dell’ONU, rimasero fuori dalla cerchia delle grandi potenze a cui fu attribuito un seggio permanente.
Oggi, il mondo è cambiato. La geografia del potere, molto meno.

E l’istruzione?
Questa distanza tra principi e capacità di trasformarli in realtà riguarda direttamente anche il nostro lavoro.Il diritto all’istruzione è riconosciuto dal diritto internazionale. Nel 2015, gli Stati si sono impegnati attraverso l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 4 a garantire entro il 2030 un’educazione inclusiva, equa e di qualità per tutti.Eppure oggi circa 273 milioni di bambini e giovani sono fuori dalla scuola.È da qui che vogliamo partire.
Chi decide davvero? Chi resta fuori dai luoghi in cui si decide? Cosa succede quando un diritto viene riconosciuto da tutti, ma continua a non essere garantito a milioni di persone? E quanto può essere ancora adeguato al mondo di oggi un sistema di potere costruito nel 1945?
Per 11 settimane, ogni giovedì, partiremo da queste domande per raccontare come funzionano le Nazioni Unite, quali contraddizioni attraversano il sistema internazionale e cosa significa tutto questo per un diritto che dovrebbe essere universale: l’istruzione.
Perché riconoscere un diritto non basta. La vera misura di un sistema internazionale è la sua capacità di renderlo reale.
