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Alle 22.00 circa del 14 ottobre un terribile incendio è divampato alle porte del Centro di Ricezione e Accoglienza di Samos, Grecia: evacuati circa 6mila richiedenti asilo. Non si conosce ancora la natura dell’incendio, ma secondo il quotidiano Kathimerini sarebbe legato a scontri tra profughi iniziati nel pomeriggio: otto persone sarebbero state portate all’ospedale di Samos e secondo fonti non ancora verificate un minore non accompagnato sarebbe stato ferito a morte con un’arma da taglio. I vigili del fuoco sono all’opera per domare l’incendio. Le immagini che arrivano in tempo reale mostrano una tragedia tristemente annunciata. Il centro Mazì della onlus Still I Rise è aperto per offrire un ricovero notturno alle persone.

«Stanotte Samos si è trasformata nell’inferno che abbiamo sempre temuto. Sta accadendo in questi minuti. Nonostante gli infiniti appelli, le autorità non hanno mai fatto niente, e alla fine è successo. È il caos più totale. Glielo avevamo detto. Non hanno ascoltato. E ora è il purgatorio in Terra», dichiara Nicolò Govoni, Presidente di Still I Rise. «È scoppiato un enorme incendio. Sta divorando la giungla in cui la gente vive in tenda, e si spinge sempre più verso i container. Il caos è sfociato in sommosse, di lapidazioni, di lacrimogeni. Parlano di un minore non accompagnato accoltellato a morte. Mi sento disgustato. Due anni di denunce contro le autorità, una causa penale contro l’amministrazione, due interrogazioni parlamentari in Parlamento Europeo per chiedere spiegazioni all’Europa, tutti i media italiani per rompere il silenzio e poi ignorate tutto? E poi fate finire tutto in morte?».

La onlus Still I Rise da tempo denuncia con forza una situazione inaccettabile e al collasso, attraverso un esposto penale presentato alle procure di Samos e Roma per denunciare gli abusi e le violazioni sui minori non accompagnati da parte delle autorità del campo. La denuncia è arrivata anche in Parlamento Europeo con due interrogazioni parlamentari, ma ad oggi nulla è cambiato e la situazione a Samos è al collasso.
«Mi sento molto impotente. Sono lontano, non c’è altro che possa fare», aggiunge Nicolò Govoni, che in questo momento si trova in Turchia per aprire un nuovo centro educativo per minori profughi. «Ma qualcosa la posso fare, anzi, è dovere di ognuno di noi. Possiamo gridare questo crimine contro l’umanità sperando che le nostre urla riecheggino all’infinito. Perché, senza dubbio, le grida delle vittime innocenti macchieranno l’anima di tutti noi per sempre».

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