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Nord-Ovest della Siria, tagliati gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite: «Siamo stati abbandonati»

Circa 300 persone hanno manifestato il 17 luglio a Bab al-Hawa contro la decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di non prorogare l’autorizzazione per il valico di frontiera, al confine tra Siria e Turchia, con effetti potenzialmente catastrofici per 6 milioni di persone che vivono nella Siria nord-occidentale. Il valico di Bab al-Hawa è un punto di passaggio cruciale per gli aiuti umanitari nella regione, devastata da 12 anni di guerra e duramente colpita dai terremoti di febbraio.

La protesta ha coinvolto diversi operatori umanitari di organizzazioni locali e un rappresentante dell’organizzazione internazionale Still I Rise. I manifestanti hanno contestato il veto della Russia, che ha bloccato l’accordo al Consiglio di Sicurezza, e le condizioni del governo di Damasco, disposta a concedere l’utilizzo del valico all’ONU a patto di un totale controllo degli aiuti da parte del regime stesso.

«ONU, Russia e regime siriano stanno politicizzando questi aiuti con un voto, con l’obiettivo di farli arrivare attraverso il regime di Damasco», dice Abdulkafi Alhamdo, Program Manager di Still I Rise in Siria nord-occidentale. «Noi abbiamo perso la fiducia nella Comunità Internazionale e il messaggio che arriva è decisamente chiaro: siamo rimasti soli».

L’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza per il passaggio degli aiuti umanitari al confine tra Siria e Turchia, scaduta il 10 luglio scorso, è necessaria dal momento che il governo di Damasco non riconosce l’operazione delle Nazioni Unite per motivi di sovranità. Già nel 2020 e nel 2022 il mandato era scaduto, ma era stato trovato un accordo politico nelle successive 24 ore.

Dopo il mancato accordo nel Consiglio di Sicurezza, le Nazioni Unite dovranno ora interrompere le consegne di aiuti umanitari attraverso Bab al-Hawa oppure decidere di sottostare alle richieste del regime, in attesa di un nuovo voto che, al momento, non è in agenda. Resteranno aperti i valichi di Bab al-Salameh e Al-Ra’ee, che tuttavia non bastano a rifornire la popolazione nella regione, composta per tre quarti da donne e bambini.

«Qui ci sono ancora 2 milioni di persone che vivono nelle tende, in condizioni di difficoltà estrema, senza una casa né il cibo per sopravvivere», spiega Abdulkafi Alhamdo. «La sopravvivenza di queste persone è prioritaria e non deve essere sottoposta a un voto. La vita umana è molto più preziosa».

«Già negli ultimi mesi il sostegno delle Nazioni Unite si era rivelato insufficiente, dopo il terremoto non sono state messe in campo azioni in grado di cambiare la situazione sul campo», dice Abdulkafi Alhamdo. Poi, spiega, gli aiuti umanitari hanno iniziato a diminuire gradualmente, fino a essere tagliati per la maggior parte delle persone: «Così non possiamo andare avanti, milioni di persone rischiano di non sopravvivere».

LA VIDEO TESTIMONIANZA DA BAB AL-HAWA:

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