Il potere internazionale non passa soltanto dai voti e dalle risoluzioni. Passa anche da qualcosa di molto più concreto: i soldi. Chi stabilisce che una popolazione ha bisogno di aiuto? Chi decide quanto servirebbe per intervenire? Chi mette le risorse? E cosa succede quando non bastano?
Settimana scorsa abbiamo visto che all’Assemblea Generale tutti i 193 Stati hanno formalmente un voto, ma che nel Consiglio di Sicurezza il potere è distribuito in modo molto diverso: cinque Paesi sono membri permanenti e possono bloccare una decisione attraverso il veto.
Seguire il percorso dei finanziamenti permette di vedere un altro pezzo del sistema internazionale. Perché gli aiuti umanitari si fondano sui principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza, ma vengono finanziati e distribuiti dentro un mondo fatto di rapporti di forza, interessi e priorità geopolitiche.
Prima di cominciare: quando diciamo “ONU”, di chi stiamo parlando?
Le Nazioni Unite non sono un governo mondiale, ma nemmeno una grande ONG che raccoglie fondi e decide autonomamente dove spenderli. Sono un sistema di istituzioni create e governate dagli Stati, con funzioni e mandati diversi.
Accanto agli organi politici, come Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza, esistono fondi, programmi e agenzie specializzate: UNICEF si occupa di infanzia, l’OMS di salute, UNESCO di istruzione, scienza e cultura, il World Food Programme di assistenza alimentare, UNHCR di rifugiati. OCHA, invece, coordina la risposta umanitaria quando una crisi coinvolge contemporaneamente governi, agenzie ONU e organizzazioni umanitarie.
Ma chi paga tutto questo?
Nel 2024 quasi il 70% delle entrate del sistema ONU proveniva direttamente dai governi. Ma soprattutto, dei circa 68 miliardi di dollari ricevuti, oltre 41 miliardi erano contributi volontari vincolati: risorse che i finanziatori decidono di destinare a determinati programmi, Paesi o attività. Solo circa 14 miliardi provenivano invece dai contributi obbligatori degli Stati. Questo significa che circa 6 dollari su 10 erano già destinati dal finanziatore a uno scopo specifico.
E allora la questione cambia: se un’organizzazione internazionale individua un bisogno, ma i finanziatori scelgono di destinare le proprie risorse altrove, quale priorità prevale? Quella stabilita sulla base dei bisogni o quella di chi possiede le risorse per finanziarla? Un governo non può semplicemente ordinare all’ONU cosa fare, ma può decidere cosa finanziare, quanto finanziare e cosa non finanziare. E le sue scelte possono inevitabilmente intrecciarsi con interessi, alleanze e priorità di politica estera.
Esistono poi i finanziamenti privati. Nel 2024 circa 1,1 miliardi di dollari sono arrivati direttamente dal settore privato e altri 923 milioni dalle fondazioni. Il loro peso complessivo è molto inferiore a quello degli Stati, ma in alcune organizzazioni diventa più significativo.
Anche qui si apre una domanda: se per uno Stato finanziare significa anche perseguire priorità politiche, cosa significa quando a finanziare è un’impresa? Filantropia, reputazione, posizionamento e interessi economici possono convivere.
Per capire come funziona davvero il sistema internazionale, quindi, non basta chiedersi chi stabilisce i bisogni e chi organizza la risposta. Bisogna aggiungere una terza domanda: chi mette i soldi, a quali condizioni e per quali priorità?
Perché tra ciò che il sistema internazionale considera necessario e ciò che viene effettivamente finanziato può esserci una distanza enorme. Ed è proprio dentro quella distanza che il finanziamento smette di essere soltanto una questione tecnica e diventa una questione di potere.
Per capire come funziona davvero il sistema internazionale, quindi, spesso bisogna anche seguire il denaro ed è proprio qui che comincia il nostro percorso.
PASSO 1: Prima dei soldi vengono i bisogni
Quando scoppia una guerra, un terremoto o una grave crisi alimentare, agenzie ONU e organizzazioni umanitarie cercano innanzitutto di capire quante persone abbiano bisogno di assistenza e di cosa abbiano bisogno: cibo, cure, protezione, acqua, istruzione, etc.
Queste informazioni servono a costruire un piano di risposta: questi sono i bisogni, questi gli interventi necessari e questo quanto costerebbe realizzarli. Almeno in teoria.
PASSO 2: Il piano dice quanti soldi servono. Non quanti soldi ci sono
Quando leggiamo che “l’ONU chiede due miliardi di dollari” per una crisi, non significa che possieda quei due miliardi e abbia deciso di spenderli. Significa che ha calcolato che servirebbero.L’ONU non riscuote tasse e non dispone di una cassa globale da cui prelevare automaticamente le risorse necessarie. Alcune attività sono finanziate attraverso contributi obbligatori degli Stati, ma gran parte della risposta umanitaria dipende da contributi volontari di governi e altri donatori.
Come funziona nel concreto? Prendiamo lo Yemen.
Nel 2023, le Nazioni Unite stimavano che 21,6 milioni di persone avessero bisogno di assistenza. Per raggiungere i 17,3 milioni considerati più vulnerabili, ONU e organizzazioni umanitarie calcolarono che servivano 4,3 miliardi di dollari per finanziare cibo, acqua, cure mediche, istruzione, protezione e altri interventi.Le diverse agenzie stabilivano quanto serviva per i propri interventi e chiedevano finanziamenti ai donatori. Per esempio, l’OMS e i suoi partner chiedevano 392 milioni di dollari per garantire assistenza sanitaria essenziale a 12,9 milioni di persone. UNICEF ne chiedeva 484 milioni per interventi dedicati ai bambini, dalla nutrizione all’acqua, dalla sanità all’istruzione. Poi Stati e altri donatori decidevano quanto finanziare e dove destinare le proprie risorse.
Il problema arriva quando i soldi raccolti sono molti meno di quelli necessari. Alla fine del 2023, era stato finanziato solo il 41% dei 4,3 miliardi richiesti per lo Yemen.
E questo ha conseguenze molto concrete. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) assisteva 13,1 milioni di persone, ma poteva distribuire razioni equivalenti a circa il 40% del paniere alimentare previsto. In parole semplici: se per una famiglia era previsto un paniere da 10, i fondi permettevano di garantirne circa 4.Lo stesso è successo nelle scuole. Il WFP prevedeva di fornire pasti scolastici a 3,2 milioni di bambini, ma per mancanza di fondi ha dovuto ridurre l’obiettivo a 1,8 milioni Ancora più evidente è il caso della malnutrizione:rano stati programmati interventi per 2,4 milioni di bambini e donne incinte o che allattavano. Con le risorse disponibili, il WFP è riuscitoad assisterne soltanto 128.000 in quel programma.
Ed è qui, nel vuoto tra il necessario e quello che realmente si puo fare che entra in scena un attore fondamentale: chi paga.
PASSO 3: Chi mette i soldi può decidere dove indirizzarli
Il 70% dell’assistenza internazionale viene finanziata dagli Stati. Ma non tutti i finanziamenti sono uguali. Un governo può dare risorse flessibili a un’organizzazione, lasciandole decidere dove siano più necessarie, oppure può vincolarle a un Paese, una crisi, un settore o un programma. Per capire gli aiuti, quindi, non basta chiedere quanti soldi vengono dati. Bisogna chiedersi chi li dà, dove decide di mandarli e per fare cosa.
PASSO 4: Cosa significa che gli aiuti possono essere “politicizzati”?
Gli Stati che finanziano gli aiuti non smettono di essere attori politici quando diventano donatori. Le risorse vengono raccolte e distribuite nello stesso sistema internazionale attraversato da alleanze, guerre, interessi economici, sicurezza e politica estera.
Lo Yemen lo mostra chiaramente. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono intervenuti militarmente contri gli Houthi e, contemporaneamente, hanno finanziato interventi umanitari. L’Iran ha sostenuto gli Houthi. Stati Uniti e altri Paesi occidentali hanno avuto ruoli politici e militari differenti e sono stati, allo stesso tempo, importanti finanziatori del sistema umanitario.
Ma la politica può entrare negli aiuti anche in un altro modo. In Siria, per anni milioni di persone nel nord-ovest hanno ricevuto assistenza umanitaria attraverso il confine con la Turchia. Una questione apparentemente tecnica “da dove devono passare i camion degli aiuti?” è diventata terreno di scontro internazionale. Russia e regime siriano insistevano sul rispetto della sovranità di Damasco e sull’aumento dell’assistenza attraverso il territorio controllato dal governo. Stati Uniti, Regno Unito, Francia e altri Paesi sostenevano invece che il meccanismo transfrontaliero fosse indispensabile per raggiungere la popolazione del nord-ovest. Nel luglio 2023, una proposta per mantenere aperto per altri nove mesi il valico di Bab al-Hawa ottenne 13 voti favorevoli su 15. La Cina si astenne, ma la risoluzione non passò perché la Russia utilizzò il veto. Il bisogno umanitario non era scomparso. Lo scontro riguardava chi potesse decidere come raggiungerlo.
Yemen e Siria mostrano così due forme diverse di politicizzazione: nel primo caso, attori coinvolti politicamente o militarmente sono anche donatori; nel secondo, persino le modalità di accesso agli aiuti diventano terreno di confronto tra Stati.
Poi ce n’è una terza, meno visibile: decidere quale crisi finanziare e quale lasciare indietro. Quando le risorse non bastano per tutte le emergenze, i governi scelgono quanto destinare agli aiuti e dove indirizzarlo. Alcune crisi diventano centrali nella politica internazionale; altre durano anni e perdono progressivamente attenzione.
PASSO 5: E l’istruzione cosa c’entra?
Quando un piano umanitario riceve meno risorse di quelle necessarie, bisogna stabilire cosa finanziare per primo. Cibo, acqua, cure e nutrizione vengono comprensibilmente considerati immediatamente salvavita. L’istruzione, invece, rischia di essere trattata come qualcosa che può aspettare. Purtroppo però, le emergenze contemporanee non durano qualche settimana. Il 91% degli appelli umanitari riguarda crisi protratte e la loro durata media è ormai di circa dieci anni. Dieci anni possono essere quasi tutta la vita scolastica di un bambino.
Eppure, nel 2024, soltanto il 29% dei finanziamenti richiesti per l’istruzione negli appelli umanitari è stato effettivamente finanziato: per ogni 100 dollari ritenuti necessari, ne sono arrivati circa 29. In Yemen, nel 2026, si stimano 6,6 milioni i bambini e giovani che hanno bisogno di aiuto per poter studiare (scuole accessibili e sicure, insegnanti, materiali scolastici) e sostegno per non abbandonare l’istruzione., mentre il piano punta a raggiungere circa 1,3 milioni di bambini, oltre a 14.500 insegnanti. Ed è così che una decisione presa molto lontano da una scuola arriva fino al banco di un bambino.
PASSO 6: E se diminuiscono anche i soldi disponibili?
C’è infine un ultimo pezzo del puzzle. Finora abbiamo ragionato come se esistesse una quantità limitata ma relativamente stabile di risorse da distribuire tra molte crisi, anche se non solamente sul bisogno ma anche sugli interessi degli Stati donatori. Oggi quella quantità sta diminuendo.
Nel 2025 l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo si è ridotto del 23,1% in un solo anno. Ancora più forte è stato il calo dell’assistenza umanitaria: –35,8%. Contemporaneamente, molti governi stanno ridefinendo le proprie priorità di bilancio in un contesto segnato da guerre, riarmo, tensioni geopolitiche e crescente attenzione alla sicurezza e alla difesa. E anche questa è una scelta politica.
Quindi: chi decide davvero?
Decidono le organizzazioni internazionali quando definiscono bisogni e priorità. Decidono gli Stati nel Consiglio di Sicurezza quando autorizzano o bloccano determinati meccanismi. Ma decidono soprattutto i governi quando stabiliscono quante risorse mettere a disposizione, quali crisi finanziare, quali settori privilegiare e quali altre priorità sostenere con i propri bilanci.
Per questo non basta guardare chi vota e chi possiede il veto. Bisogna seguire anche chi controlla le risorse, perché i bisogni non seguono l’agenda geopolitica- anche se i finanziamenti possono farlo. Ed è questa la contraddizione centrale: i diritti vengono dichiarati universali, ma le risorse necessarie per renderli reali non vengono distribuite universalmente né automaticamente in base ai bisogni.
Tra il riconoscimento di un diritto e la possibilità concreta di esercitarlo c’è quindi una domanda inevitabilmente politica: chi controlla le risorse, chi stabilisce le priorità e, alla fine, chi decide quali diritti diventano realtà?