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DRC e
insicurezza
alimentare:
una crisi
che non
finisce

Nella Repubblica Democratica del Congo la scarsità alimentare non è un’eccezione. È una condizione strutturale che coinvolge milioni di persone ogni giorno.

La situazione

Quando si parla di fame nella Repubblica Democratica del Congo si rischia spesso di immaginare un’emergenza improvvisa: un raccolto andato male, una crisi temporanea, una mancanza occasionale di cibo. La realtà è molto più complessa. In RDC la scarsità alimentare non è un’eccezione. È una condizione strutturale che coinvolge milioni di persone ogni giorno. Oggi oltre 26 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare acuta secondo il World Food Programme. Significa che quasi un abitante su quattro non sa se riuscirà ad avere abbastanza cibo nei giorni successivi..

Il paradosso

Per capire perché accade bisogna partire da un paradosso: la RDC è uno dei Paesi più ricchi di risorse naturali al mondo, ma allo stesso tempo uno dei più fragili dal punto di vista alimentare.

Per decenni il Paese è stato attraversato da conflitti armati, instabilità politica e competizione per il controllo delle risorse minerarie. In molte aree, soprattutto nell’est del Paese, le persone sono costrette a spostarsi continuamente. Villaggi abbandonati, campi coltivati lasciati vuoti, mercati interrotti, reti commerciali che smettono di funzionare. Quando una famiglia fugge da un conflitto, non perde soltanto una casa. Perde anche l’accesso alla terra, al raccolto, agli animali, ai mercati locali. E quando milioni di persone vivono questa situazione contemporaneamente, l’intero sistema alimentare diventa fragile.

Quando il cibo esiste ma diventa irraggiugibile

A questo si aggiunge un enorme problema infrastrutturale. In molte zone del Paese le strade sono insufficienti o impraticabili per mesi. Trasportare cibo da una regione all’altra può richiedere giorni, costi elevatissimi e continui passaggi intermedi che fanno aumentare i prezzi. Così il cibo esiste, ma diventa economicamente irraggiungibile. Per molte famiglie questo significa vivere in un equilibrio costante e precario. Fuori dalla Scuola, molti bambini mangiano soprattutto farina di mais o manioca, riso quando disponibile, foglie cotte o verdure semplici e piccole quantità di legumi o olio. Proteine animali, latte, uova o frutta fresca sono spesso alimenti eccezionali, non quotidiani.

Il problema non è soltanto “mangiare poco”. È mangiare sempre gli stessi alimenti, senza nutrienti sufficienti per crescere, studiare e svilupparsi correttamente. Per questo quasi 3,2 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione cronica e ritardi nella crescita.

Una situazione sempre più fragile

Negli ultimi anni la situazione è peggiorata ulteriormente. L’aumento globale dei costi dell’energia e dei trasporti, la svalutazione della moneta locale e l’instabilità regionale hanno reso il cibo ancora più costoso. Basta un aumento del carburante o l’interruzione di una rotta commerciale perché il prezzo dei beni essenziali salga rapidamente nei mercati urbani. E quando una famiglia vive con pochi dollari al giorno, anche un piccolo aumento può significare saltare dei pasti.

È questo che rende la fame in RDC diversa dall’idea di emergenza che spesso immaginiamo: non è un evento straordinario che interrompe una normalità stabile. È una precarietà continua che accompagna la vita quotidiana di milioni di persone.

Perché il pasto a Scuola è fondamentale

È in questo contesto che il pasto scolastico assume un significato molto più profondo. Per molti bambini rappresenta il pasto più completo della giornata, una fonte regolare di nutrienti e una condizione concreta per riuscire a concentrarsi e restare a Scuola. Per questo il nostro lavoro non riguarda soltanto l’alimentazione. Riguarda la possibilità di costruire continuità, salute e futuro in un contesto dove l’insicurezza alimentare è diventata la normalità.

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