Secondo i dati UNESCO 2026, un bambino o giovane su sei nel mondo non va a scuola. E, secondo l’ultima stima disponibile, a fine primaria oltre la metà degli studenti non raggiunge le competenze minime in matematica.Apparentemente c’è consenso generale sull’importanza dell’istruzione.
Non importa quale governo, quale orientamento politico o quale parte del mondo: difficilmente qualcuno sosterrà che un bambino non debba andare a scuola. Da quasi ottant’anni ripetiamo che l’istruzione è un diritto universale. Nel 2015, tutti i 193 Stati membri delle Nazioni Unite hanno fatto un passo in più: hanno promesso di garantire entro il 2030 un’istruzione inclusiva, equa e di qualità per tutti.Eppure,ancora oggi 273 milioni di bambini non vanno a scuola.
In più a partire dal 2015, invece di diminuire, il numero degli esclusi è tornato a crescere.C’è anche un’altra, enorme, problematica andare a scuola non significa necessariamente imparare. Alla fine della primaria, a livello globale, solo il 58% degli studenti raggiunge le competenze minime nella lettura e il 44% in matematica.
Quindi il problema non è che non sappiamo cosa fare, anzi, da decenni abbiamo dichiarazioni, convenzioni, obiettivi, indicatori e scadenze. Sappiamo che ogni bambino dovrebbe entrare in una scuola, che dovrebbe poterci restare e che quella scuola dovrebbe permettergli davvero di imparare. Non è un argomento divisivo, e vede concordi tutti gli spettri politici
Se siamo tutti d’accordo sull’istruzione, perché continuiamo a non renderla una priorità?
Una promessa lunga quasi ottant’anni
Nel 1948, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma un principio destinato a diventare universale: l’istruzione è un diritto, quella elementare deve essere gratuita e obbligatoria e deve contribuire al pieno sviluppo della persona. Da allora, la comunità internazionale non ha fatto altro che rendere quella promessa più precisa.
Nel 1960, la Convenzione UNESCO contro la discriminazione nell’istruzione chiarisce che non può esserci un diritto universale se l’accesso o la qualità dipendono da chi sei.
Nel 1966, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali stabilisce che riconoscere un diritto non basta: gli Stati devono creare le condizioni materiali affinchépossa essere esercitato.
Nel 1989, la Convenzione sui diritti dell’infanzia aggiunge un altro tassello: non basta entrare in un’aula. Bisogna poterci restare, imparare e sviluppare pienamente le proprie capacità.
Poi arriva il 2015. Con l’Agenda 2030, gli Stati non si limitano più a riconoscere il diritto: si danno una scadenza. Entro il 2030: istruzione inclusiva, equa e di qualità per tutti.
Entrare in un’aula non basta
Negli ultimi venticinque anni sono stati fatti progressi, ma dal 2015 il progresso è rallentato drasticamente e il numero di bambini e giovani fuori dalla scuola è aumentato per sette anni consecutivi. Soprattutto, l’iscrizione non ci dice cosa succede una volta attraversata la porta di una scuola.
Se alla fine della primaria solo il 58% degli studenti raggiunge le competenze minime nella lettura e il 44% in matematica, possiamo avere un bambino formalmente incluso nel sistema educativo ma sostanzialmente escluso dalle opportunità che l’istruzione dovrebbe garantirgli. Dietro questi numeri non ci sono soltanto difficoltà individuali: ci sono scuole senza strutture adeguate, classi sovraffollate, carenza di materiali didattici, insegnanti insufficienti o senza una formazione e un sostegno adeguati, metodi educativi che non riescono a rispondere ai bisogni degli studenti. Un bambino può quindi frequentare per anni, comparire nei registri ed essere considerato formalmente incluso, ma restare escluso dalle opportunità che un’istruzione di qualità dovrebbe garantirgli.
È qui che cambia la domanda, non basta chiedersi quanti bambini vanno a scuola. Dobbiamo chiederci: in quale scuola? Con quali insegnanti? Con quali strumenti? Cosa stanno imparando? E quali possibilità avranno quando ne usciranno? Perché il diritto all’istruzione non può essere ridotto a un posto occupato in un’aula.
Diciamo che l’istruzione è una priorità. I soldi dicono altro.
È nei contesti di crisi che la distanza tra ciò che viene proclamato e ciò che viene fatto diventa ancora più evidente.
Guerre, sfollamenti e crisi umanitarie non durano più necessariamente qualche mese. Nel 2024, il piano umanitario medio riguardava una crisi che durava già da dieci anni e il 91% degli appelli umanitari riguardava crisi prolungate. Significa che un bambino può nascere durante un’emergenza e trascorrere tutta la propria infanzia aspettando che finisca. Eppure continuiamo troppo spesso a trattare l’istruzione come qualcosa che può aspettare.
Il dato forse più semplice per capirlo è questo: per ogni 100 dollari richiesti per garantire istruzione nelle emergenze, ne arrivano appena 29.
La risposta alla crisi di finanziamenti è stata ridurre ulteriormente ciò che si prova a garantire. Nel 2025, di fronte alla mancanza di risorse, le organizzazioni umanitarie hanno già tagliato del 33% le richieste di finanziamento per l’istruzione e del 43% il numero di persone che prevedono di raggiungere. In alcuni Paesi, il ridimensionamento arriva al 90%. Non perché siano diminuiti i bisogni, ma perché sono diminuiti i soldi disponibili, non riguarda soltanto le emergenze.
Negli ultimi dieci anni gli aiuti internazionali complessivi sono cresciuti, ma l’istruzione è diventata progressivamente meno prioritaria. Nel 2014 riceveva il 7,4% degli aiuti internazionali; nel 2023 appena il 5,8%. La tendenza rischia ora di accelerare. UNESCO stima che tra il 2023 e il 2027 gli aiuti internazionali all’istruzione potrebbero diminuire fino al 30%. Per i Paesi a basso e medio-basso reddito significa affrontare un divario di finanziamento di circa 97 miliardi di dollari ogni anno per raggiungere gli obiettivi educativi.
Per capire l’ordine delle priorità basta un altro confronto: secondo UNESCO, nel 2025 il mondo ha speso in circa 37 ore per la spesa militare globale quanto destina agli aiuti internazionali all’istruzione in un intero anno.
E quando diminuiscono gli aiuti, le conseguenze non restano nei bilanci. I tagli annunciati potrebbero sottrarre 3,2 miliardi di dollari agli aiuti per l’istruzione e portare altri 6 milioni di bambini fuori dalla scuola entro la fine del 2026. Almeno 290 milioni di studenti che resteranno a scuola potrebbero comunque subire un peggioramento della qualità dell’istruzione ricevuta.
Questi numeri raccontano una scelta politica molto concreta: diciamo che l’istruzione è indispensabile, ma quando le risorse scarseggiano, continuiamo a trattarla come se fosse rimandabile.
L’istruzione non viene dopo
Per Still I Rise, questo è il punto. L’istruzione non è qualcosa di cui occuparsi dopo aver affrontato una crisi. Non è il premio finale dello sviluppo e non è un servizio accessorio da finanziare quando rimangono risorse: è una delle condizioni per costruire ciò che viene dopo.
Un’istruzione di qualità non mette fine da sola a una guerra ma offre alle persone strumenti per comprendere la realtà in cui vivono, accedere a opportunità, partecipare alle decisioni che le riguardano e rivendicare i propri diritti, significa costruire resilienza e autonomia.
E’ qui che l’istruzione smette di essere soltanto una voce di bilancio e diventa una questione politica: investire davvero nella scuola significa investire nella possibilità che individui e comunità abbiano gli strumenti per determinare il proprio futuro, invece di dipendere permanentemente dall’intervento di qualcun altro. È questo che intendiamo quando parliamo di democratizzare l’istruzione di eccellenza.
Non vogliamo semplicemente più bambini dentro una scuola. Vogliamo che la qualità dell’istruzione a cui un bambino può accedere non sia determinata dal luogo in cui nasce, dal reddito della sua famiglia o dalla crisi attraversata dal suo Paese e che questi siano messi nelle condizioni migliori per imparare, studiare e diventare quello che vogliono. Ed è per questo che parlare di istruzione significa inevitabilmente parlare anche del sistema internazionale: di chi decide dove vanno le risorse, di quali crisi entrano nell’agenda e quali ne escono, del peso del debito sui servizi pubblici, della dipendenza dai donatori, degli interessi economici e geopolitici che attraversano gli aiuti; e di chi risponde quando gli impegni presi davanti al mondo non vengono rispettati.
È da queste domande che partiremo per entrare dentro le Nazioni Unite e capire non soltanto cosa promettono, ma chi decide, chi finanzia e cosa succede quando le promesse rimangono sulla carta perché sull’istruzione siamo già tutti d’accordo. Almeno a parole. Ora bisogna vedere quanto siamo disposti a investire e a cambiare perché quel diritto diventi reale.