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Appunti di
viaggio
dal Sud
Sudan

Nicolò Govoni e Giovanni Volpe, CEO e General Counsel di Still I Rise, si sono recati in Sud Sudan per seguire i lavori di costruzione della nostra Scuola di Emergenza e Riabilitazione a Juba.

30 dicembre

Siamo finalmente arrivati in Sud Sudan, e stiamo per inaugurare la nostra prima scuola. Sì, avete letto bene. La prima di Still I Rise. Ma non per cronologia. Questa è la prima scuola a raccontare una storia diversa. Negli ultimi anni abbiamo messo le nostre scuole a servizio degli studenti più vulnerabili, nel cuore delle crisi umanitarie più complesse al mondo. Abbiamo insegnato la cura nelle miniere di cobalto del Congo.
Portato ambizione nelle baraccopoli del Kenya.
Mostrato speranza in Siria e in Yemen.
Coltivato coraggio in Colombia. Creato resilienza in Grecia. Ma la nostra Scuola in Sud Sudan, la settima, segna l’inizio di una storia nuova. Per la prima volta costruiamo da zero. La immaginiamo a partire dalle fondamenta, entrando a far parte di una comunità come membri a pieno titolo, in un luogo scelto da noi.

È un’idea che per anni abbiamo osservato da lontano, con desiderio e timore, ma che mai abbiamo inseguito. Perché costruire da zero è una scelta grave, che sa di “per sempre”. Oggi, però, abbiamo la forza, la maturità, e soprattutto l’ostinazione per compiere questa scelta, nonostante le innumerevoli difficoltà Questa squadra che vedete ha lavorato negli ultimi mesi all’apertura della prima scuola di emergenza e riabilitazione di Still I Rise, nel Paese più giovane del mondo.

10 gennaio

Siamo a Maban, terra di salvezza per centinaia di migliaia di profughi provenienti dal Sudan. Dall’altro lato del confine, la crisi umanitaria più grave al mondo. Siamo alle porte della guerra civile più disastrosa del pianeta. Ma qui, nella zona di frontiera di Maban, regna una calma bucolica fatta di strade sterrate e polverose, dove rari Land Cruiser sorpassano asini da trasporto. Dove i piccoli negozi in lamiera che vendono beni importati si alternano a capanne tradizionali e dove le rare mura di cinta celano i compound climatizzati delle grandi ONG. Sono le Nazioni Unite ad avere il controllo effettivo su Maban. Costruiscono, importano, assumono. Decidono chi atterra e chi no. Qui, lo Stato e i militari sono ben più diluiti rispetto al resto del Paese. L’aria è densa e arde in gola a ogni respiro, facendoti avvertire tutti i 40 gradi di mezzogiorno. Siamo appena atterrati con l’unico mezzo di trasporto possibile: un aereo Caravan da 14 posti che effettua ben due scali per giungere a destinazione, pur non attraversando alcun confine. È un luogo raggiungibile soltanto per via aerea e, come se non bastasse, qui volano solo le Nazioni Unite o aerei privati. Al lato della pista di atterraggio giace un aereo precipitato. È lì da almeno 15 anni, mi dicono. Voglio vederci un monito, in quella carcassa di metallo abbandonata. Sembra comunicarmi che la tranquillità è solo uno stato apparente delle cose, a Maban. Qui vivono 220 mila profughi dal Sudan, distribuiti tra quattro accampamenti sotto il controllo dell’UNHCR, contro una popolazione autoctona di 80 mila mabanesi. Questa zona è stata teatro di battaglie tra gruppi militari della guerra civile sud-sudanese. E, come se non bastasse, il Sudan è a pochi chilometri di distanza. Oltre la barricata si trova la più grande sofferenza del mondo. Non la Palestina, non lo Yemen e nemmeno la Siria, ma il Sudan. I dati lo gridano: 150 mila morti e 14 milioni di sfollati e rifugiati. Sono numeri talmente imponenti da essere inimmaginabili. Trascorreremo i prossimi giorni a visitare tutti e quattro i campi profughi e la comunità che li accoglie. Inseguiremo gli ultimi tra gli ultimi, per raccontare che la vita resiste anche in un luogo come Maban. Perché? Perché il vero compito della nostra Scuola a Juba è questo: raccogliere la speranza che vive nei bambini ai margini di questi luoghi. Offrire l’opportunità di unirsi alla nostra scuola a Juba. In un Paese in guerra, circondato a sua volta dalla guerra, la nostra Scuola ambisce a essere la speranza che non muore mai.

12 gennaio

Ora siamo a Maban, un luogo isolato per metà dell’anno. A volte nemmeno gli aerei possono atterrare per portare beni di prima necessità, come medicinali e alimenti base. In periodi di penuria, si può morire facilmente di malaria e colera, entrambi endemici. Eppure, per 220 mila profughi distribuiti in quattro campi nel mezzo del nulla, questo è un rifugio. Questi ospiti senza una data di rientro convivono con la comunità locale, che li accoglie dal lontano 2011. La tensione è naturale: “Perché loro vengono aiutati e noi no?”. Una domanda legittima. I Mabanesi sono vulnerabili quanto i profughi e accomunati a loro dagli stessi disagi. Di scuole ce ne sono pochissime, spesso chiuse per mancanza di fondi. Solo i religiosi garantiscono la primaria. Il resto è un’incognita. Per questo i bambini affollano i mercati come lavoratori: fabbri, macellai, sarti. Presidiano bancarelle o chiedono l’elemosina. L’infanzia delle bambine si interrompe presto: a 12 anni molte sono già promesse in sposa, e a 14 consumano il matrimonio. I maschi, invece, vengono spesso abbandonati alla strada; la famiglia non può badare a loro e si ritrovano persi. I Mabanesi e i loro fratelli sudanesi non vogliono nascondere la propria sofferenza. Al contrario, vogliono enunciarla. Ad ogni tavolo al quale ci siamo seduti, ad ogni stretta di mano, ci hanno resi partecipi del loro dolore, a testa alta e senza vergogna. È questo il desiderio di ogni persona che abbiamo incontrato: essere visti e capiti per preservare la propria dignità.

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