Intervista a Nicolò Govoni
1. Qual è il risultato dell’anno di cui possiamo essere più orgogliosi e perché?
Direi senza dubbio School of Life. È stata una performance straordinaria, partita praticamente in sordina: senza distribuzione, perché Freak Factory non è un distributore, quindi con dei presupposti molto fragili e con un entusiasmo che, da parte della produzione, si era quasi prosciugato. School of Life aveva dalla sua una sola cosa: la comunità di Still I Rise. Ed è stato proprio questo a renderlo un successo clamoroso. Il film ha dimostrato che quando esiste una comunità, quando c’è un pensiero comune e un intento condiviso, non c’è nulla che non si possa raggiungere. Parliamo di oltre 50.000 spettatori e di 350.000 euro di incasso (ndr: per la produzione): un risultato quasi inaudito in Italia per un documentario sulla scuola, senza distribuzione, che doveva partire con sole cinque proiezioni e fermarsi lì. School of Life non è un caso isolato, ma una dimostrazione concreta della forza che nasce quando ci si unisce. Smentisce completamente la retorica secondo cui per avere successo bisogna essere ben connessi, privilegiati o “nati col cucchiaio in bocca”. Certo, queste cose aiutano, ma quando si crea un movimento vero, con slancio e visione, si possono raggiungere vette straordinarie. È la stessa storia di Still I Rise: come organizzazione, come comunità, come bambini e studenti che riescono a ottenere risultati enormi senza passare dai canali tradizionali del successo. School of Life ha condensato in pochi mesi ciò che Still I Rise ha costruito in anni, rendendolo ancora più potente e folgorante.

2. C’è stato un momento in cui hai capito che il lavoro di Still I Rise stava facendo davvero la differenza in modo tangibile?
Sì, ed è stato il raduno dei volontari. In quel momento ho compreso davvero cosa Still I Rise fosse diventata, non solo per lo staff o per i bambini coinvolti, ma per una comunità molto più ampia.
Vedere 200 persone arrivare da tutta Italia, alcune anche dall’estero, non solo per la formazione, non solo per incontrare me, Giulia o Giovanni, ma per vivere un momento di comunità autentica, è stato rivelatore. Quelle persone si cercano, si incontrano anche al di fuori degli spazi ufficiali, hanno trovato le une nelle altre qualcosa che le unisce e le fa sentire al sicuro.
Still I Rise è diventata una vera comunità: uno spazio in cui molte persone hanno trovato un riconoscersi, un vivere insieme, un modo nuovo di intendere la società. O forse un modo vecchio che è stato riscoperto. Si tratta di persone che, nella società di oggi, non trovano più capisaldi valoriali: l’impatto è proprio l’aver creato una realtà che unisce le persone e dà loro una ragione per credere gli uni negli altri. E questo è veramente molto bello.
Non avevamo creato Still I Rise con l’obiettivo di offrire ai volontari un senso di appartenenza, eppure è successo: lo hanno trovato, o forse lo hanno creato loro stessi.

3. Quale sfida pensavi sarebbe stata insormontabile, e invece stiamo riuscendo a superare grazie al lavoro della squadra e al sostegno dei donatori?
Una delle sfide più grandi, che non considero ancora superata, ma che stiamo finalmente affrontando, riguarda la struttura interna di Still I Rise.
Essendo nata come realtà “grassroots” (ndr “dal basso”) e cresciuta molto rapidamente, l’organizzazione ha spesso rincorso i risultati senza riuscire a costruire una struttura solida, con problemi di leadership, governance e processi interni.
A un certo punto ci siamo ritrovati a essere un’organizzazione di medio-grandi dimensioni con una struttura ancora da piccola realtà. Per anni abbiamo tentato di apportare cambiamenti, spesso senza gli strumenti giusti o con una leadership, la mia, non sempre all’altezza. Di questo mi prendo pienamente la responsabilità.
Negli ultimi dodici mesi, però, grazie all’ingresso di persone di grande esperienza, sento che stiamo finalmente facendo un salto evolutivo vero. Molti pensavano che questo cambiamento non sarebbe mai avvenuto, che i problemi si sarebbero ripetuti all’infinito. Invece le cose cambiano, se lo si vuole davvero e se si smette di cercare scuse.
Oggi, pur con tantissimo lavoro ancora da fare, si respira un’aria diversa: una struttura che sta crescendo attorno a noi in modo più solido e consapevole.

4. Qual è una convinzione o un valore che ti ha guidato nei momenti più complessi dell’anno?
Direi una parola che non avrei mai pensato di usare per me stesso: umiltà.
Non è mai stata la mia qualità predominante, ma quest’anno ho accolto con grande gioia persone con più esperienza di me, dalle quali ho imparato moltissimo.
Mi sono scoperto desideroso di ascoltare, di sedermi, di mettermi in discussione. Restando fedele alla mia sicurezza e alla mia autostima, ho imparato ad affidarmi di più agli altri, a fidarmi di chi arriva con competenze che io non ho.

5. Qual è il tuo ricordo personale più emozionante di quest’anno?
Uno dei momenti più forti è stato in Sud Sudan, quando io e Giovanni siamo stati fermati da un gruppo di militari. In particolare, quando un soldato con il mitragliatore in mano mi ha detto che avrebbe potuto uccidermi. È stato un momento estremamente travolgente, in cui ti senti completamente in balia di qualcuno che ha un potere assoluto su di te. Allo stesso tempo, però, mi ha fatto capire qualcosa di importante: sono riuscito a restare calmo, a non farmi prendere dalla paura. E mi ha ricordato che, nonostante la crescita di Still I Rise e il nostro standing internazionale (ndr: “reputazione internazionale”), c’è ancora molto da fare per garantire sicurezza, protezione e una reale capacità di influenzare i sistemi nei Paesi in cui operiamo.

6. Se potessi definire il nostro lavoro con una sola parola, quale sarebbe?
Mi azzarderei a dire Fede. Non una fede religiosa, ma un affidarsi: agli altri, agli eventi, al fluire delle cose. Non vuol dire fatalismo, ma la capacità di lasciare che anche la vita ti plasmi. Per anni ho cercato di controllare tutto, ogni singolo dettaglio. Quest’anno ho imparato a lasciare andare un po’, a osservare lo scorrere degli eventi. Il nostro motto di quest’anno è stato: “Sii il fiume, non la roccia.”

7. Quale sarà, secondo te, la sfida più urgente del 2026?
Senza dubbio la Scuola in Italia. Siamo in una fase in cui stiamo cercando un immobile da trasformare. In Italia circa un terzo degli edifici scolastici attualmente in uso è inagibile. Questo dà la misura della complessità della sfida.
Il lavoro più grande non sarà solo edilizio, ma soprattutto burocratico, organizzativo e umano: costruire un team capace di sostenere questo livello di complessità. Sarà una sfida enorme, forse la più grande mai affrontata. La cosa bella è che siamo quasi pronti.
Questi otto anni, e in particolare gli ultimi due o tre, ci hanno formato profondamente. Ogni difficoltà sembra averci preparato un passo alla volta a questa apertura in Italia. Ogni sfida aggiunge un pezzo al puzzle.

8. Cosa vorresti dire oggi a chi ci ha sostenuto e reso possibili i risultati di quest’anno?
Direi che è stato un anno strabiliante. Chi ha donato ha potuto vedere l’impatto diretto del proprio sostegno, raccontato attraverso la nostra comunicazione. Ma c’è anche tantissimo che non si vede. Chi dona contribuisce a un enorme lavoro dietro le quinte: ricerca&sviluppo, advocacy, rafforzamento della struttura organizzativa, rendicontazione, raccolta fondi, protezione dell’infanzia, apertura e mantenimento delle Scuole, supervisione continua. È un lavoro invisibile, articolato, ma fondamentale. È ciò che ci permette di fare del bene in modo sempre più sostenibile e incisivo. All’esterno si vede solo l’output ma all’interno, però, questo cambiamento si sente profondamente.

Grazie infinite a tutti i nostri sostenitori! Grazie per essere stati al nostro fianco in questo 2025 e per continuare a cambiare il mondo, insieme a noi, un bambino alla volta! Tanti auguri di buone feste da tutta Still I Rise!
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